Negli ultimi anni di storia del mercato videoludico stiamo assistendo ad un grandissimo cambiamento, ovvero l’affermazione del mercato “only digital”, sia del mercato videoludico e non.

È indubbio che ognuno di noi abbia sicuramente le proprie preferenze tra retail e digitale, chi per comodità, chi per risparmio e chi per tante altre piccole cose.

Questo mio editoriale vuole semplicemente farvi riflettere sulle differenze sostanziali che vi sono tra i due sistemi, facendovi magari adottare un punto di vista differenze sul vostro modo di vivere la nostra più grande passione, ovvero i videogames.

Parliamoci chiaro, sin dall’arrivo delle prime console da gioco i nostri sogni videoludici arrivavano sotto forma di cartucce o di floppy disk (qualcuno di voi sa ancora che cosa sono i floppy disk?), quei piccoli pezzi di plastica dentro cui stavano tutte le nostre emozioni e sentimenti che vivevamo attraverso lo schermo delle nostre console o pc (quanti di noi hanno iniziato su macchine Commodore?).

Alcuni floppy disk in diversi formati

Quando certe passioni ti prendono è facile poi “perdercisi”, arrivando nel corso degli anni ad avere una mole tale di giochi da avere un backlog praticamente sterminato, a maggior ragione se si possiedono più piattaforme sulle quale giocare e divertirsi.

Antonio Monteiro, detentore del Guinness World Record della più grande collezione di videogiochi al mondo (20.139 pezzi certificati al 29 marzo 2019)

Ma cosa ci sta dentro la produzione di un videogioco (come di qualsiasi cosa d’altronde)?

La risposta per quanto semplice e scontata è una: produrre un videogioco costa!!!

Come ho sempre detto, i videogiochi non sono un bene di prima necessità.
Per quanto possano essere belli sono un bene di lusso, quindi paladini della pirateria non avete scuse!

La produzione di un gioco comporta costi di sviluppo, richiede il pagamento del lavoro delle decine o addirittura centinaia di persone che prestano la loro opera alla realizzazione del prodotto, senza aggiungere i costi dedicati al marketing, alla distribuzione ed alla masterizzazione delle copie da vendere in giro per il mondo (giusto per darvi un’idea il costo di produzione di Grand Theft Auto V è di 265 milioni di dollari).

Grand Theft Auto V detiene (al momento) il record di gioco con il costo di produzione più alto della storia

Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito all’avvento del mercato digitale dei videogames.
All’inizio del ventennio appena passato venne lanciato un sistema di distribuzione digitale che ha cambiato per sempre il modo di vivere il videogames, infatti il 12 settembre del 2003 veniva lanciato Steam.

Il logo di Steam

La piattaforma di distribuzione digitale creata da Valve Corporation ha permesso al mondo dei videogiochi di staccarsi dai supporti fisici come cartucce e cd, mantenendo inalterate le emozioni del gaming, ma soprattutto, ha permesso diversi risparmi sui tempi e costi di distribuzione alle compagnie che distribuivano i loro prodotti sulla neonata piattaforma.

Insomma, i costi i produzione restavano (e resteranno sempre alti), ma non credete che se una compagnia possa risparmiare soldi e tempo ricorra a questo sistema?

Ma è tutta qua la differenza? Davvero si riduce tutto ad un risparmio di tempo e denaro? Oppure ci sta dell’altro?

Sappiamo benissimo tutti che uno dei grandi problemi del mondo è l’inquinamento, di qualsiasi tipo, ma qual è la correlazione tra il mondo dei videogames e questa piaga che affligge il pianeta intero (e di conseguenza anche noi)?

Uno dei terribili effetti dell’inquinamento

So già che qualcuno di voi dirà: Ma Dan, io sto attento a come smaltisco i rifiuti, faccio la raccolta differenziata e sto attento a non inquinare, ma cosa vuoi che sia un gioco rispetto alla moltitudine di violenze fatte contro la natura?

Allora, vi rispondo subito…

Intanto ci mancherebbe altro che facciate la raccolta differenziata, visto che farla è beneficio per tutti noi, ma sappiate che l’impatto ambientale della produzione dei videogiochi sul pianeta è altissimo, molto più di quello che possiate pensare, visto l’alto volume di plastica ed altri materiali utilizzati per la loro commercializzazione.

Quando ci si rende conto che qualcosa è dannoso o la si elimina o quantomeno si cerca di renderla il meno pericolosa possibile.

Molti di voi si saranno resi conto ad esempio che una delle “mancanze” all’interno del mercato retail sia quella del libretto di istruzioni.

Un esempio di libretti dei giochi, manuali che contenevano le istruzioni di funzionamento del software ed alcune informazioni sul mondo di gioco.

Sappiate che i libretti hanno semplicemente cambiato “casa”, in quanto pur non stando più dentro le custodie dei giochi sono comunque presenti all’interno di essi, digitalizzati tra le tante opzioni che magari non andate mai a visionare perché presi dalla smania di giocare (ricordatevi che il libretto era di per se il manuale d’istruzioni, cosa che per legge deve essere rilasciata con la vendita di un prodotto).

Insomma, ai videogiochi non è stato tolto nulla dalla loro funzione principale, ovvero quella del divertimento, in quanto questa peculiarità non è stata minimamente toccata dall’avvento del mercato digitale.

L’ultimo esempio di piattaforma digitale, Google Stadia.

Fortuna vuole che alcune delle grosse aziende del gaming (tra cui Sony, Microsoft, Ubisoft e Niantic) abbiano preso a cuore la situazione ambientale, ed hanno lanciato l’iniziativa “Playing for the planet”, una serie di politiche atte a diminuire l’impatto ambientale delle loro produzioni, con l’obiettivo dichiarato di diminuire di almeno 30 tonnellate le emissioni di Co2, un risultato che non sarebbe davvero male per la salute di tutti noi.

Logo dell’iniziativa lanciata dalle grosse industrie del gaming

Come accennato prima diverse personalità autorevoli del mondo videoludico hanno recepito questo importante messaggio, dichiarando che nel prossimo futuro vedremo sempre meno giochi in formato fisico e molto più formato digitale.

Il processo è ancora lungo, visto che ci vorranno ancora (secondo gli studi) dai 10 ai 15 anni prima che il mercato produttivo dei videogames viri completamente sul digitale, ma qui voglio dare un piccolo suggerimento alle case produttrici di videogames.

È ovvio che il mercato retail sia ancora una grossa fetta di mercato, che consente ingenti guadagni alle compagnie di sviluppo, ed è quindi lecito che producano ancora milioni di copie di videogiochi in formato fisico.

Ok, fatelo pure dico io, ma potreste quantomeno utilizzare del materiale completamente biodegradabile e/o compostabile (se non conoscete la differenze Mr. Google sarà felicissimo di risolvere i vostri problemi), mantenendo alti i vostri guadagni e tenendo d’occhio (ma soprattutto a cuore) il problema dell’inquinamento.

“Rassegniamoci” quindi amanti del mercato retail (me compreso), le nostre copie fisiche prima o poi svaniranno, ma questa è la normale evoluzione della tecnologia.

In passato abbiamo più volte affrontato con nostalgia dei cambiamenti radicali nei nostri stili di vita.
Per esempio fino a qualche anno fa andare al videonoleggio era uno dei riti più belli nell’organizzazione di una serata da passare in allegria.

Adesso i videonoleggi non esistono più, ma esistono servizi in streaming quali Netflix e Disney Plus, che consentono alla persona iscritta al servizio di poter godere di centinaia e centinaia di titoli da poter visionare pagando solo un piccolo canone mensile (non venite a dirmi che poco meno di 10 euro al mese per un’offerta come quella di Netflix siano tanti perché sareste da internare in manicomio).

Insomma, non è cambiato nulla, quindi spesso la nostra sensazione di rifiuto è legato all’abitudinarietà del nostro modo di vivere, e sappiate che è normale avere paura di ciò che non si conosce, basta solo informarsi un po’ di più per rendersi conto come, almeno nel caso di questo editoriale, nulla è cambiato, anzi, il cambiamento ha solo che portato vantaggi per noi, per le aziende produttrici, ma soprattutto per il pianeta intero.

Certamente non sarà solo questo cambio di tendenza del mercato videoludico a salvare il pianeta, ma qui voglio citare un gioco che sicuramente la maggior parte di voi avranno giocato o che quantomeno conosceranno.

Logo della serie videoludica Uncharted

Nathan Drake (protagonista della serie sopracitata) porta con se un anello sul quale è incisa la frase “SIC PARVIS MAGNA”.

Questa locuzione latina sta a significare “dalle piccole cose nascono le più grandi”, quindi bella gente prendete esempio dai videogiochi, iniziate tutti dal vostro piccolo, per fare in modo così da arrivare a quelle più grandi, come ad esempio garantire la salute della nostra casa comune, ovvero la Terra.