Prima che qualcuno possa partire all’assalto della mia persona dopo aver letto soltanto il titolo (cosa che purtroppo spesso avviene da parte della massa), datemi il tempo di esprimere la mia opinione; sarò ben felice di rispondere ai plausi ed alle critiche, ma soltanto dopo la fine di questo mio articolo.

E’ indubbio che questa sia LA settimana di Death Stranding, la prima opera di Kojima dopo essersi separato da Konami.
Abbiamo assistito negli ultimi giorni ad un turbine di critiche e di gente in visibilio di fronte all’opera di Kojima-san, ma come spesso accade sia da un lato che dall’altro si è ecceduto, scadendo nell’idolatria più assoluta e nel criticare senza ritegno e soprattutto senza aver coscienza di come si fa una critica obiettiva.

Ma dove sta la verità? In cosa abbiamo e stiamo continuando a sbagliare? Abbiamo davvero perso la misura sul come criticare qualcosa in ambito videoludico?

Che cos’è l’arte?

Il dizionario definisce l’arte come qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva, o anche come il complesso di tecniche e metodi concernenti una realizzazione autonoma o un’applicazione pratica nel campo dell’operare e parte di una professione o di un mestiere.

Perché questa premessa? Ve lo spiego subito…

Se come dice il dizionario “l’arte” è qualcosa che comprova il talento di un essere umano nella realizzazione delle opere della sua professione, allora sono arte anche i libri, i film, il canto e si, anche i videogiochi, quindi togliamoci dalla testa questo pregiudizio che l’arte siano soltanto quadri e statue, perché non è così, i videogiochi meritano di essere considerati arte vera e propria, di quella con la A maiuscola.

Ovviamente si entra successivamente nel campo dei gusti personali, e quindi è giusto dire che un’opera (di qualsiasi tipo essa sia) possa non piacere così come è giusto dire che emozioni, ma bisogna essere giusti nell’osservare e giudicare i punti che a seconda del giudizio di ognuno abbiano potuto emozionare o non piacere.

Fan art raffigurante Hideo Kojima

Ogni “artista” segue giustamente un suo stile, o quantomeno prende ispirazione da altri autori, dando comunque un tocco personale alla sua opera, e meno male aggiungerei, perché altrimenti si scadrebbe in un mondo pieno di “uguaglianza artistica”, e sappiamo bene tutti che è la diversità il sale del mondo.

Essendo stato al centro del mirino negli ultimi tempi voglio prendere il caso di Kojima, ma come parlerò di lui voglio che questo discorso sia applicato anche ad altri autori che nel corso dei decenni si sono ritrovati in una situazione simile alla sua.

Kojima ha iniziato la sua carriera artistica (sottolineerò spesso questo concetto per farvelo entrare bene in testa) verso la fine degli anni ’80, ma la sua fama diventa mondiale dopo la realizzazione di Metal Gear Solid nel 1998, gioco che ho la consacrato come vero e proprio guru del game design.

Da grande cinefilo quale è lui, tutte le sue opere hanno sempre avuto una grande cura per quanto riguarda la sceneggiatura ed il profilo dei protagonisti, e nell’esporre le sue opere al pubblico ha sempre seguito uno stile molto particolare come quello dell’essere molto criptico nel rivelare anche sole poche parti dei suoi lavori.

Hideo Kojima con alcuni dei personaggi da lui creati

Questo suo stillicidio di informazioni sicuramente lo caratterizza, ma come detto prima ogni artista segue la sua via per esporre le proprie opere al pubblico, e sappiamo anche che nonostante lunghe attese (alle volte, e non sempre come lo accusa qualcuno, visto che dalla nascita di Kojima Production all’uscita di Death Stranding sono passati soltanto 3 anni) le sue opere si sono sempre distinte per stile e ricercatezza della perfezione tecnica.

Cosa intendo come “perfezione tecnica”?

La perfezione è un concetto relativo, legato ai nostri gusti, ma è qua che si basa uno dei principali concetti di questo editoriale, cioè quello di dimostrare quanto la gente spesso sbagli nel giudicare un prodotto.

Facciamo per un attimo un salto fuori dall’ambito Kojima…

Spesso le critiche più accese avvengono nei dualismi, dove la gente si schiera da una parte o dall’altra, ed il mondo videoludico è pieno di esempi come questi, basti pensare ai duelli “COD – Battlefield” oppure a quello “Fifa – PES”.

Che cosa avviene in questi casi?

Che spesso è sovente si giudichi come scadente (o peggio) il prodotto non scelto, con buona pace della grossa fetta di pubblico che lo apprezza e che quindi, secondo quanto affermato dai vari dizionari, lo reputa arte, arrivando ad apostrofare come ignoranti chiunque non accetti come sola opera d’arte la realizzazione da loro scelta.

Uno degli obiettivi dell’arte è quello di emozionare chi ne visiona gli effetti, quindi dovremmo essere meno impulsivi e riconoscere che, anche un prodotto che noi potremmo reputare al pari di quella materia organica comunemente utilizzata per concimare i terreni, sia a tutti gli effetti una vera e propria opera d’arte, capace di comunicare un’emozione e, nel caso dei videogiochi, intrattenere e di stimolare la socialità, perché un altro pregiudizio da rompere e per il quale dedicherò tutta la mia vita da opinionista e gamer è quello che i videogiochi NON ESCLUDONO, anzi, INCLUDONO (e scusatemi se grido ma quando ci vuole ci vuole)!!!

Spesso gli artisti di qualsiasi genere sono anche riusciti a lanciare un messaggio, e più la tecnologia si è evoluta più è stato possibile per loro far arrivare la loro arte e le emozioni a loro collegate a più persone possibile.

Vi faccio un esempio…

Guernica, Pablo Picasso, 1937.

La cosa più terribile che possa concepire l’essere umano è la guerra, come potrebbe quindi un “semplice” quadro trasmettere quanto sia angosciante l’idea di ritrovarsi in un tale inferno?

Nel 1937 Pablo Picasso realizza uno dei suoi quadri più famosi, ovvero Guernica, quadro che grazie al particolare stile dell’artista (ricordate il concetto espresso prima sulle vie percorse per realizzare le opere) esprime l’orrore per ciò che sta succedendo (il quadro infatti ha voluto immortalare il bombardamento dell’omonima città baca durante la Guerra Civile Spagnola).

Può anche quindi un videogioco lanciare un messaggio di sensibilizzazione su un qualsiasi argomento?

Assolutamente si!

Ma adesso torniamo al nostro Kojima-san…

Uno screen di gioco di Death Stranding

Una delle continue affermazioni di Kojima su Death Stranding è sempre stata quella di essere un gioco che ci spingerà a creare legami.

Certo, visto il cripticismo di Kojima ed il suo classico stillicidio di informazioni non sappiamo ancora in che modo ciò possa avvenire, e quindi bisognerebbe fidarsi del suo curriculum che parla da se, visto che finora le sue opere sono sempre state molto ben accettate dalle masse (chi più chi meno ovviamente).

Davvero stiamo quindi criticando un gioco che deve ancora uscire (arriverà sugli scaffali tra meno di una settimana) basandoci solo su opinioni altrui, senza più tener conto della propria?
O nel caso contrario stiamo davvero idolatrando qualcosa senza ancora avere la possibilità di ammirarlo nella sua interezza?

Invito quindi tutti voi a fare una severa autocritica e a non comportarsi come le pecore.
Ci sta informarsi, ma ricordatevi che qualunque opinionista o recensore, me compreso, vi lancerà un messaggio mettendo sempre qualcosa di personale, e vi invito quindi ad informarvi completamente, a tenere da conto anche le opinioni che finora avete sempre scartato, perché solo avendo TUTTE le informazioni si può formulare un giudizio, qualunque esso sia.

Un’immagine da una cut-scene di Death Stranding

L’immagine qui sopra non è stata scelta a caso, la voglio usare per farvi riflettere, in quanto ogni volta che baserete i vostri giudizi sulla base di quelli di altre persone o peggio ancora dei pregiudizi, ucciderete la vostra coscienza, mettendo in mano il vostro senso critico nella testa di qualcun’altro che vi dirà cosa sia giusto o sbagliato.

Death Stranding sarà un successo? Sarà un flop? E’ presto per dirlo…

La storia è piena di artisti apprezzati soltanto dopo la loro morte (Van Gogh ad esempio) o di film diventati veri e propri cult sono anni dopo la loro uscita (come Donnie Darko ad esempio).

Aspettiamo quindi di vedere se Kojima riuscirà a far passare questo messaggio tramite un “semplice” videogioco, ma vi invito a riflettere sull’importanza del messaggio in se, ovvero avere un “legame”.

“Non esiste la solitudine. Stai sempre preparando un incontro con qualcuno là fuori anche se non lo sai.”
(Fabrizio Caramagna)