Premettiamo che noi con questo articolo non facciamo altro che riportare una notizia pubblicata dal CORRIERE DEL MEZZOGIORNO sezione SALUTE, con l’unico scopo di aprire una discussione in merito.

I concetti che andremo ad analizzare sono stati espressi da uno studio del OMS e dal dipartimento per la salute mentale di Salerno.

Partendo da alcuni concetti dell’OMS (organizzazione Mondiale della Sanità) sembrerebbe che «Quello che manca oggi è un controllo effettivo dei tempi e contenuti» definendo la patologia come gaming disorder.

A parlare è Giulio Corrivetti direttore del dipartimento di salute mentale dell’Asl di Salerno che commenta così la notizia che vedrà dal 2022 la dipendenza da videogiochi diventare ufficialmente una malattia riconosciuta nell’elenco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La decisione, confermata durante l’Assemblea Generale di Ginevra, definisce chiari parametri del gaming disorder caratterizzato da «una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti legati al gioco, sia online che offline, manifestati da un mancato controllo sul gioco; una sempre maggiore priorità data al gioco, al punto che questo diventa più importante delle attività quotidiane e sugli interessi della vita.

Nella sua relazione Giulio Corrivetti aggiunge:  

«Indubbiamente va fatta qualche premessa. Ad esempio è importante sapere che più del 50% delle patologie che riguardano i disturbi del comportamento insorgono in età giovanile ed ecco che il quadro delle patologie psichiatriche investe prevalentemente la fascia dell’età evolutiva. Altrettanto importante è sapere che una grande maggioranza dei problemi riguardano le dipendenze. Non solo quelle da droghe o altre sostanze tossiche a da internet, da gioco d’azzardo, da videogiochi e persino da sport. All’origine di ciò c’è il circuito dopaminergico che tende a preservare alcuni atteggiamenti all’apparenza e inizialmente piacevoli ma dei quali poi non si riesce più a fare a meno». Come sono sempre di più i ragazzini, giovani e meno giovani, a non riuscire a staccarsi da videogiochi e schermi di cellulari e pc.

Nella relazione notiamo anche come si faccia riferimento ai cambiamenti della patologia, oggi non più solo riscontrabile nell’adolescenza.

«Sempre più diffusa quella figura che alcuni hanno definito come adultescente che non dura più per qualche anno ma per molti decenni, se non per sempre. In effetti i bambini entrano molto prima, per atteggiamento e precocità nell’adolescenza ma con molta più difficoltà ne escono nonostante l’avanzare dell’età anagrafica».

L’analisi finale fornita del professor Corrivetti non è certo rassicurante:

«Il crescere della difficoltà nell’attenzione, concentrazione e apprendimento scolastico può essere un campanello di allarme non di un problema sanitario ma di un primissimo problema sociale da contrastare subito. Giocare un’ora al pomeriggio non è nocivo ma spesso quello che manca oggi è un controllo effettivo, dei tempi e contenuti fruiti con famiglia e scuola che sempre più spesso delegano alle tecnologie funzioni di intrattenimento ed educative. Penso ai video su YouTube per imparare filastrocche o canzoni o all’abitudine di far giocare i bambini con il cellulare perché non diano fastidio. Scelte a dir poco deleterie».

Noi di Tales of a Gamer ci rendiamo conto di queste situazioni e l’articolo sopracitato è stato pubblicato come fonte di ispirazione ad una sana discussione che sappiamo che molti di voi vorranno intraprendere, ognuno è responsabile delle proprie azioni e della crescita dei propri figli e ci dispiace constatare che quello che dovrebbe essere una BELLA PASSIONE, potrebbe sfociare in una malattia che porta il nome di PATOLOGIA DA GAMING DISORDER.